venerdì 28 aprile 2017

Pensieri Sparsi tra il Venticinque di Aprile e il Primo di Maggio


Attribuisco sempre grande importanza alle giornate del Venticinque di aprile e del Primo maggio. Ritengo che ci sia una relazione importante fra queste due ricorrenze. Perchè il 25 aprile ci ricorda che siamo nati dalla Resistenza. Che la nostra repubblica è figlia della lotta partigiana contro il nazi-fascismo. Che l'Italia del dopoguerra è risorta per essere democratica, popolare e fondata sul lavoro. Proprio il tema del lavoro mi porta a pensare che, ancor oggi, esistano forti motivazioni per realizzare una nuova Resistenza. Contro tutte quelle forze che hanno voluto mercificare il lavoro, renderlo precario e deregolamentarlo al massimo. Contro chi ha creato disoccupazione, delocalizzando le produzioni. Contro chi ha voluto l'abolizione dell'art. 18  dello Statuto dei Lavoratori sostenendo che, eliminando tale norma, si possa creare maggiore occupazione. Contro chi , nelle aziende, esercita pesanti pressioni commerciali, pratica il mobbing e impone carichi di lavoro insostenibili. La sensazione è che i sindacati ci abbiano abbandonato, siano deboli nella loro azione e,  talvolta, persino collusi coi datori di lavoro. Per questo, ora che il nemico non è più la dittatura ma un sistema economico perverso, occorre una nuova Resistenza. Una lotta che parta dalla base dei lavoratori.


Per ricostruire quel patrimonio di conquiste ottenuto dai nostri padri e inopinatamente dissipato dalle  generazioni successive. Per spingere le Organizzazioni Sindacali a riassumere quel ruolo di guida che, di fatto, hanno perso. Questo è per me il senso del Venticinque aprile e del Primo maggio: riflessione e volontà di riprendere il cammino perduto.

lunedì 24 aprile 2017

Su Cologone, la Valle di Lanaitho e... la Bilancia di Corbeddu

Appena qualche giorno fa, ho fatto un viaggio nel cuore antico della Sardegna. In una bella giornata di primavera ho visitato le valli verdeggianti e le montagne nei pressi di Oliena. Ho passeggiato lungo le rive de “Su Cologone” sino alla sua risorgenza  da una profonda gola della montagna. C’era gran pace al mattino, nonostante fosse il giorno di Pasqua. Ben presto, però, la zona sarebbe stata invasa da frotte di gitanti e turisti, attratti dalla fama e dalla bellezza di questi luoghi. Le acque del fiume, assai scure all’uscita dalla grotta, diventano chiare col diminuire della profondità, assumendo colorazioni cangianti tra il verde e lo smeraldo. Rimarrei ore ed ore ad ammirare questo spettacolo della natura ma ho solo una giornata di tempo. Con la mia auto, allora intraprendo la strada polverosa che porta verso la Valle di Lanaitho, soffermandomi, di tanto in tanto in tanto, per ammirare gli splendidi panorami e il corso del fiume Cedrino che scorre nel fondo della scarpata.




Sembra proprio di essere nel bel mezzo della scena di un film western e, del resto, Aurelio Galleppini, il papà di Tex Willer, si ispirò proprio a questi paesaggi per creare l’ambientazione di tante storie a fumetti.



La strada poi scende proprio là dove si apre la Valle di Lanaitho. Ampia, alberata, soleggiata. Silenziosa e solenne. Ricca di storia. Perché di qui partono i sentieri che conducono ai villaggi nuragici di Tiscali e di Sa Sedda e Sos Carros, quest’ultimo famoso per una fonte sacra, di forma circolare, unica in tutto il Mediterraneo, in cui si svolgevano antichi riti delle acque.




Un terra ricca di leggende. Come quella del bandito Giovanni Salis Corbeddu che ho appreso visitando una profonda grotta raggiunta dopo aver percorso un breve ma faticoso sentiero montano.






Son sceso dentro la spelonca cava attraverso un ripido cunicolo, cercando di evitare di sbatter la testa sulle volte rocciose, quasi create ad altezza d’uomini d’altri tempi. Ammirando lo spettacolo di stalattiti e stalagmiti gocciolanti.






Qui puoi ritrovare reperti che testimoniano la presenza dell’uomo in Sardegna in età paleolitica, ma anche i segni della latitanza di Antonio Salis Corbeddu che scendeva in questa grotta così remota per sfuggire alla giustizia. Di lui si son dette tante cose. Pare si fosse dato alla latitanza nel 1880 in seguito all'accusa per un furto di bestiame e che poi avesse compiuto una lunga serie di reati, fra i quali, nel 1887, l’assalto alla diligenza che viaggiava tra Nuoro e Macomer.
Fu un collaboratore di giustizia ante litteram visto che, nel 1894, svolse il ruolo di mediatore per il rilascio di due commercianti di legname francesi, sequestrati nel territorio fra Aritzo e Seulo. Si dice che avesse rifiutato un compenso di ventimila lire per questo compito perché  diceva: “Corbeddu non accetta soldi, Corbeddu, se vuole, i soldi se li prende.” C’è molta, molta leggenda intorno alla vita di Corbeddu che fu ucciso nel 1898 nel corso di un’azione di accerchiamento condotta dai Carabinieri. Una leggenda che comunque racchiude la verità su quella che è l’origine del fenomeno del banditismo in Sardegna. Ho pensato a questo quando ho saputo che Corbeddu, nel profondo di quella grotta, svolgeva il ruolo di arbitro e pacificatore delle controversie. Il popolo gli attribuiva grande saggezza e, per questo, era soprannominato “Bilancia”.  Per la gente del tempo non era il diavolo, ma per noi che guardiamo al passato con disincanto, neanche l’acqua santa. Son convinto,  piuttosto, sia figlio di un tempo in cui,  si consuma il conflitto fra la legge di uno stato sovrano e gli usi e i costumi di una civiltà arcaica, riluttante a sottoposi ad un nuovo sistema di vita. Dice Antonio Pigliaru nel suo saggio sul banditismo in Sardegna: “Tutta la comunità barbaricina non conosce in altro modo, non conosce in altra occasione l’esperienza della legge, che nei modi e nelle occasioni che le sono offerte dal conflitto che sin dal principio e quasi fatalmente definisce l’incontro (e lo scontro) di due ordinamenti giuridici che pretendono di regolare, ciascuno iuxta propria principia, la vita dello stesso soggetto, la stessa azione.” Credo io che tutto ciò sia profondamente vero. Tornato alle fonti di Su Cologone, osservo il comportamento di alcuni giovani locali. Girano per il parco cantando, ad alta voce e con spavalderia, canzoni goliardiche, mostrando quasi strafottenza e ostentando senso di superiorità. Bevono e, con noncuranza nei confronti degli altri avventori, occupano per lungo tempo i banconi di un chiosco. Emanano senso di prepotenza perché ti fanno sentire che non sei a casa tua e che ti devi adattare. Proprio da queste cose si capisce che, mentre nelle altre parti del mondo si compiono sperimentazioni d’ogni genere e scorrono sempre nuove idee, da queste parti proprio la testa non cambia. Poco importa che, pure qui, imperversino iphone e smartphone. Le nuove generazioni (salvo sporadiche eccezioni) non sembrano poi tanto diverse da quelle che le hanno precedute, restando ancor troppo legate ai miti della “balentia” e, per questo…te ne vai con la sensazione che la bilancia di Corbeddu continui ancora a pesare in modo diverso da quella di chi, per caso o per svago, passa da queste parti.

giovedì 20 aprile 2017

Vi Presento Il Mio Libro

Non sono uno di molte parole. Specie quando si tratta di promuovere le mie stesse creazioni. Perciò dico solo che “Storie Volatili e Vagabonde” non è altro che una raccolta di impressioni, suggestioni, storie, lettere, aneddoti e riflessioni. Non vuol essere un testamento spirituale né un’enunciazione di punti fermi, ma solo un’apertura di dialogo con chi si soffermerà su queste pagine. Un momento di confronto su tanti pensieri e situazioni che, di certo, ognuno di noi, in modo diverso, si è trovato ad affrontare nel corso della propria esistenza. Lascio a voi ogni giudizio, come previsto anche dal doppio finale del libro. Sarete voi a trarre le conclusioni. Con la speranza, da parte mia, di non annoiare e, magari suscitare qualche emozione.

Il libro può essere acquistato sui seguenti siti:





 

mercoledì 12 aprile 2017

12 aprile 1970: Il Giorno in cui il Cagliari fu matematicamente Campione d'Italia



Son stati versati fiumi di inchiostro su quel magico 12 aprile 1970, giorno in cui il Cagliari conquistò il suo unico  scudetto. Si parlò del riscatto di un'intera isola, dell'orgoglio sardo, di un evento storico ma, quel che ricordo, è solamente una gioia immensa. Il sogno sfumato nella precedente stagione 1968-69, quel giorno divenne realtà e, aldilà di ogni retorica, fu il frutto di un lavoro e di un'organizzazione eccezionale. La dirigenza del Cagliari radunò attorno al sapiente e sensibile allenatore Manlio Scopigno, uno che il calcio lo conosceva molto bene, un gruppo di grandi campioni. Il General Manager Andrea Arrica non solo seppe trattenere a Cagliari “Giggirrivarombodituono” ma completò la rosa concludendo, con l'Inter di Moratti, quello che per il Cagliari fu l'affare del secolo. La società rossoblù, infatti, cedette al blasonato club lombardo il centravanti Roberto Boninsegna (noto Bonimba) ottenendo in cambio Bobo Gori, Cesare Poli e Angelo Domenghini. Con tali innesti la compagine cagliaritana, già forte della presenza di campioni del calibro di Albertosi, Cera,  Nenè, Greatti e Brugnera, divenne una vera e propria corazzata, capace di imporre il suo gioco e la sua classe su tutti i campi d'Italia. Fu una stagione memorabile, entusiasmante. Ricordo ancora la radio accesa all'inizio dei secondi tempi:

“La Stock di Trieste, famosa in tutto il mondo per il suo brandy, vi invita all'ascolto di...”Tutto il calcio minuto per minuto”.


Il cuore batteva all'impazzata in attesa dei risultati e delle mirabolanti cronache di Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Nando Martellini e Nicolò Carosio.  Ma ci fu un giorno che si rischiò veramente l'infarto. Domenica 15 marzo 1970, si giocava al Comunale di Torino il decisivo match fra la Juventus e il Cagliari che aveva la necessità assoluta di uscire indenne dal confronto con la “Vecchia Signora” guidata da Cesare Rabitti. Fu una partita difficilissima, altalenante e, in parte decisa, dagli incerti umori dell'arbitro Lo Bello. La Juve si portò in vantaggio al 29° del primo tempo con una spettacolare autorete del difensore cagliaritano Comunardo Niccolai ma, al 45°, Gigi Riva ci mise una pezza segnando il goal che portò le squadre al riposo in situazione di parità. Fu nel secondo tempo che iniziò il “Lo Bello-show”. Ricordo ancora il momento in cui il fischietto siracusano assegnò il penalty a favore dei bianconeri.  Ero a casa di mio zio e, con mio cugino Ernesto, ci rotolavamo per terra e ci tappavamo le orecchie per non sentire. Levammo le braccia al cielo quando Haller fallì il rigore ma ripiombammo nella disperazione più nera quando don Concetto da Siracusa ordinò di ripetere la massima punizione. Tirò Pietruzzo Anastasi e il pallone gonfiò la rete alle spalle di Ricky Albertosi, che, appoggiato al palo, pianse lacrime amare. Era il 66° del secondo tempo e il Cagliari doveva stringere i denti, tentare il tutto per tutto per non essere fagocitato dall'ingorda Juventus. Come per incanto, all'82° del secondo tempo, risuonò in area bianconera il fischietto di Lo Bello e... fu di nuovo rigore. Urlavamo, piangevamo ma questa volta non ci tappammo le orecchie. Volevamo sentire come andava finire. In pochi interminabili secondi Gigi Riva poggiò la palla sul dischetto, arretrò silenzioso e concentrato e, dopo aver preso la rincorsa... piazzò il pallone alle spalle dell'esterrefatto Anzolin. La nostra gioia esplose e fu un in quel momento, che per la prima volta pensammo che il Cagliari ce la potesse veramente fare. I rossoblù, poi, sconfissero Verona e Palermo, pareggiarono a Bologna prima di giungere, il 12 aprile, al match point con l'oramai retrocesso Bari di Matteucci.  Ricordo una splendida giornata di sole al vecchio Stadio Amsicora e la compagine pugliese che si presentò al cospetto del Cagliari con fare tutt'altro che rinunciatario. A metà del primo tempo, Fara supera in slalom tre difensori rossoblu e, giunto al limite dell'area fa partire un potente tiro che Albertosi leva letteralmente dalla porta deviando in calcio d'angolo. Il Cagliari, dal canto suo ci prova con Riva, Brugnera, Nenè e Domenghini ma la porta barese sembra proprio stregata. Però la classe non è acqua e, verso la fine del primo tempo, l'incommensurabile “Rombo di Tuono” si inventa il goal del vantaggio rossoblù con un colpo di testa da manuale. Nel secondo tempo la squadra cagliaritana irretisce il Bari col suo calcio “bailado”. Da Roma giunge la notizia dello svantaggio juventino e, all'86° il Cagliari passa nuovamente con Bobo Gori che piazza un imparabile fendente all'incrocio dei pali. Il portiere del Bari Spalazzi giace a terra battuto, mentre l'Amsicora esplode di gioia: - Campioni d'Italia, Campioni d'Italia! - Urla commosso un anziano signore. - Batteremo il Real Madrid! - C'è chi salta, chi si abbraccia, chi piange di commozione. In città è festa grande. Ricordo ancora i caroselli d'auto, la statua di Carlo Felice ammantata di rossoblu nella centrale Piazza Yenne, le mie prime scarpe da calcio, la maglia del Cagliari col n. 11 di Gigi Riva e... una primavera più luminosa che mai.

(Dal mio libro "La Casa dei Ricordi" Una Storia Cagliaritana)

                              Auguro a tutti voi una 
                                    Serena Pasqua

giovedì 6 aprile 2017

Sull'Orlo del Baratro (Riflessioni sulla politica, la sinistra e il sindacato dei nostri tempi)


L’ho scritto nella presentazione a margine di questo blog: sono profondamente deluso dalla politica e dai sindacati perché, tanto l’una quanto gli altri, ormai non fanno il proprio dovere che è quello di analizzare i problemi di un paese e dei suoi cittadini e cercare le necessarie soluzioni. Ormai, ogni forza politica (senza esclusione alcuna) sembra pensare solamente ad accaparrarsi il potere per garantirsi i vantaggi che questo comporta e i sindacati sono lontani anni luce dagli interessi dei lavoratori.  Le assenze dei dirigenti sindacali dal lavoro non si contano. Provocano disagi enormi a chi rimane a lavorare in azienda e, quel che è peggio, da queste assenze, dal loro partecipare a continue riunioni, non deriva alcun vantaggio per la classe lavoratrice. Stipulano accordi quasi sempre al ribasso (se non addirittura dannosi) e così le condizioni di lavoro, giorno per giorno, peggiorano anziché migliorare. Lo dico con grande rammarico: noi lavoratori ci sentiamo abbandonati e questa è una cosa grave visto che sono fermamente convinto che il lavoratore non può reggere da solo il confronto con l’azienda. Anche come cittadino poi mi sento orbato della rappresentanza visto che la politica è diventata un gioco di potere che ha ben poco da spartire con quella che dovrebbe essere una gestione della cosa pubblica condotta nell'interesse comune. Mi son sempre considerato una persona di sinistra, ma la sinistra, quella che si ispira ai principi fondamentali di solidarietà, uguaglianza e giustizia sociale sembra sia stata messa da parte e l’enorme patrimonio di conquiste che questa aveva realizzato sembra ormai, quasi irrimediabilmente, bruciato. Per dirla con le parole di Curzio Maltese, gli attuali dirigenti della sinistra “sono l’esatto opposto di quei vecchi capi comunisti, che al governo non sarebbero mai arrivati, ma dall'opposizione hanno cambiato davvero la vita e ottenuto risultati enormi, straordinarie riforme, lavoro, salario e pensioni dignitosi, assistenza sanitaria e istruzione pubblica di alto livello per le classi popolari.” La sinistra moderna e, in particolare quella facente capo al PD, ha dissipato questo tesoro a tutto vantaggio delle destre e della classe imprenditoriale facendo tutte le porcate che questi ultimi avevano sempre sognato e che mai avevano osato fare nel corso dei loro governi. Così, questa sinistra che intende “la cultura di governo” solo come predisposizione a qualsiasi compromesso pur di esercitare il potere, fa solo gli interessi dei grandi potentati, avvalla ingiustizie, svende i diritti acquisiti e applica le soluzioni che, da sempre, sono appartenute alla destra, fregiandosi dell’appellativo di “liberale” e in nome di un non meglio identificato riformismo moderno. Per tutte queste ragioni, ormai da molti anni non vado a votare e, dinnanzi ad un sindacato che sembra avere a cuore solo i suoi permessi a cedole e che poco si cura degli interessi dei lavoratori, son quasi giunto alla decisione di abbandonare anche la mia tessera sindacale. Son profondamente deluso (lo ripeto ancora) e, naturalmente, preoccupato per un paese in cui la rappresentanza e la tutela dei cittadini è diventato l’ultimo dei problemi. Personalmente non sono disposto a dare il mio voto e i miei soldi a chi pensa solamente ai casi suoi.  Non è facile, anzi credo sia quasi impossibile che qualcosa cambi. Che ci sia un provvidenziale ravvedimento.  Forse son cose che tutti noi ci siamo già detti. Al bar, tra colleghi di lavoro o durante una chiacchierata a casa. In famiglia o fra amici. Però, sull'orlo del baratro, ci siamo da tempo e la caduta, penso, sia ormai prossima.

Nella foto: le Cascate Vittoria fotografate nel settembre dello scorso anno in Zimbabwe.